Intervento alla presentazione di Sotto il fuoco

Adrian Grima

Buonasera a tutte e a tutti.

Sono contento di essere qui con voi per ricordare questo bellissimo lavoro, direi letterario, di Ġużè Ellul Mercer, e soprattutto per celebrare la pubblicazione di questa traduzione in italiano con la traduttrice Isabelle Ellul Mercer Cefai e con il traduttore ed editore Carlo Morrone.

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In questo breve intervento, vorrei parlare di alcune tecniche retoriche usate da Ġużè Ellul Mercer nel suo diario e delle modifiche che ha fatto al suo manoscritto per redigere la versione finale pubblicata nel 1949. Baserò le mie osservazioni sulla tesi di laurea di Dorianne Bonello di cui sono stato relatore nel 2014, quando era studentessa di maltese nel Dipartimento di Maltese nelle Facoltà di Lettere dell’Università di Malta. La tesi si intitola Taħt in-Nar u l-Ġeneru tad-Djarju, cioè “Sotto il fuoco e il genere del diario.”

Ġużè Ellul Mercer fa spesso uso del linguaggio figurativo preso dal quotidiano, e riutilizza più volte certe espressioni (Bonello 51). Per esempio, ricorre a varie espressioni idiomatiche che hanno a che fare con il cuore (Bonello 51). Ecco qualche caso: “il-qalb titmewwet” (Taħt in-Nar 102), “b’qalbna ttaqtaq” (15), “donnha qalbu kellmitu” (103), e “qalbna saret qisha ġunġliena” (148).

Delle volte ricorre al tono ironico, come quando parla, fra virgolette (che definirei superflue), dei nostri “amici” italiani, “ħbiebna” (Taħt in-Nar 135). Nel manoscritto scrive “l-għedewwa tagħna” (Manuskritt 558), i nostri nemici, ma nel diario pubblicato sostituisce questa formula con l’altra più caustica. In un altro passaggio scrive di quanto sono dolci gli italiani: “Ħelwin it-Taljani!” (Taħt in-Nar 116). Bisogna tenere presente che queste critiche agli italiani sono certamente indirizzate anche a quei maltesi filoitaliani con i quali l’autore, in politica con lo schieramento laburista, non andava d’accordo.

Nel suo diario, l’autore cura molto la dimensione acustica della sua lingua perché vuole che il suono dia l’idea di quello che sta descrivendo, che il suono riproduca la realtà (Bonello 53). Per esempio le bombe colpivano le mura antiche della città come grandine, “kienu jinstemgħu jfaqqgħu fuq is-swar qishom ħalba silġ qawwija” (Taħt in-Nar 81). Il verbo onomatopeico “jfaqqgħu” riechiaggia sia il suono del ghiaccio che colpisce le mura della città, sia il rumore che fanno le bombe quando esplodono. Poi, con un bel gioco di suoni, dice che il ghiaccio, la sua metafora leggera e agghiacciante per le bombe, “joqtol lil min jolqot” (81). La pioggia di ghiaccio uccide con freddezza e fa emergere la fragilità e la vulnerabilità delle persone e il capriccio della vita e della morte.

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Per creare un effetto onomatopeico e allitterativo, nella redazione del diario, la frase “it-tifqigħ ta’ bċejjeċ tal-azzar” (Manuskritt 28) è diventata “ċaqċiq tal-bċejjeċ tal-azzar” (Taħt in-Nar 12). Un altro esempio è la modifica, al fine di accentuare l’alliterazione, di “werżaq twerżiqa li kessħet” (Manuskritt 27b) in “werżaq twerżiqa li reżżħet” (19).

Il diario è pieno di interiezioni, con parole che esprimono entusiasmo, sorpresa, tristezza, e tanta paura. È una tecnica che riflette il linguaggio che normalmente si trova in un diario. Le frasi di esclamazione diventano più spessi nel corso della scrittura. Ecco qualche esempio: “F’ħajjet Alla rqadna!” (152), “Erġajna rqadna!” (152), e “Il-Belt iġġiblek ħniena!” ( ). Più volte, l’autore si rivolge alle lettrici e ai lettori (apòstrofe), e fa uso di domande retoriche (Bonello 56-57). Nella versione finale del diario, ne lascia fuori alcune, probabilmente perché le trova, appunto, retoriche. Ecco un esempio dalla tesi di Dorianne Bonello:

Għaliex il-bnedmin huma daqshekk ħorox, hux, meta Alla l-imbierek żejjinhom b’ħafna dehen? Għalfejn dil-qirda kollha?

Xi tkun irbaħt imqar jekk tirbaħ kollox meta tkun kissirt u ġarrabt bliet u rħula; u qtilt kemm nies sibt? (Manuskritt 678-679)

Questa è la mia versione in italiano:

Perché le persone sono così crudeli, chiede l’autore, quando Dio li ha abbelliti di tanta sapienza? Perché tutta questa distruzione? Che cosa vinci quando vinci tutto dopo aver distrutto e fatto soffrire le città e i villaggi? dopo aver ucciso tutta la gente che ti sei trovato davanti?

Come succede nel linguaggio quotidiano, l’autore spesso prende le sue metafore e similitudini dal mondo degli animali (Bonello xx): i cannoni dei tedeschi sono come galli, “qishom sriedak” (146) e le navi nel porto di Malta sono uccelli che sono volati via prima dell’arrivo dei falchi dell’aeronautica nemica (105).

Il diarista paragona gli esseri umani alle formiche perché come questi vermi (“dud”), se il loro nido viene distrutto, si affrettano a costruire un altro nido nello stesso identico posto. L’autore però nota che il parallelismo non regge del tutto perché le formiche non sono come gli esseri umani che amano distruggere i nidi di altri esseri umani (Taħt in-Nar 111-12).

Come nella retorica classica, Ellul Mercer fa uso del polisindeto, la ripetizione della stessa congiunzione coordinante, e rispetta quello che spesso viene chiamato la regola del numero tre, o della tripletta: “bi qlubija li għaġġbu dinja, issieltu u tqabdu mal-aktar għadu qalil li qatt sata’ jaħbathom; u taħt xita ta’ nar u azzar, indarbu u mietu u rebħu” (Taħt in-Nar 6) : sotto una pioggia di fuoco e di acciaio, i maltesi sono stati feriti, e sono morti, e hanno vinto.

Nella sua tesi, Dorianne Bonello scrive che una delle ragioni principali della redazione del manoscritto è che Ellul Mercer vuole essere più economico nell’uso delle parole (50). Per esempio, “nies tas-servizz” (Manuskritt 432), diviene “suldati” (Taħt in-Nar 110). L’autore sceglie non solo di essere più sintetico ma anche di fare le scelte più efficaci: spesso Ellul Mercer sceglie le idee principali, e con loro le frasi e le parole più incisive e toglie quelle non necessarie.

Bonello dice che ci sono vari momenti in cui la redazione del manoscritto rende il testo finale meno duro, oppure toglie connotazioni negative (53). Per esempio, quando Mussolini dichiara guerra contro la Gran Bretagna, il diario dice che la madre dell’autore si è messa a gemere, a piagnucolare (“infexxet tnewwaħ,” dando un po’ l’idea che questo pianto fosse il capriccio di un bambino. Ma nella versione stampata, l’autore dice solo che ha cominciato a piangere, “tibki.”

Nella versione finale del diario, ci sono momenti in cui Ellul Mercer sceglie di usare un linguaggio più forte di quello nel manoscritto per parlare della sofferenza del popolo maltese bombardato senza pietà. L’espressione “ġew fuqna” (Manuskritt 23, 482) diventa “ħabtu għalina” (Taħt in-Nar 11); in un altro passaggio, la stessa frase diventa “ġew għalina” (Taħt in-Nar 121) e Bonello interpreta questi cambiamenti come esempi di come l’autore voglia insistere sulla rappresentazione del popolo come vittima di una grande ingiustizia (70).

Alcune correzioni sintattiche che fa l’autore nella versione pubblicata del diario modificano il significato o gli effetti che hanno sulla lettura. In alcuni casi, le correzioni sintattiche danno una struttura più vicina o idonea alla lingua scritta. In vari passaggi, si sentono più nel manoscritto la spontaneità della lingua parlata e i giudizi spontanei e magari sbrigativi di chi scrive. Per esempio, Ellul Mercer dice nel suo manoscritto: “kemm hu iblah min jemmen kulma jisma’! Kemm għad irid jgħaddi żmien biex nerġgħu għal li konna. X’għad irridu nġarrbu u naraw. . .” (Manuskritt 344). Nel diario pubblicato queste tre frasi vengono compresse in una sola frase meno esplicita e con un giudizio più stretto: “Kemm hawn min jibla’ kulma jisma’, u jgħawġu kif jixtieq hu!” (Taħt in-Nar 64). L’autore lascia fuori il lamento più generale su quanto tempo ci vorrà affinché la vita normale possa riprendere dopo la guerra e anticipa che ci saranno ancora tante altre sofferenze. Ellul Mercer vuole essere più sintetico e taglia intere frasi dove sente che ci sono commenti che aveva già fatto altrove nel diario (Bonello 72-3).

Alcune volte il diarista modifica la frase per concentrare la nostra attenzione sul punto più importante che vuole comunicare (Bonello 74). Quando scrive il suo resoconto di quello che è successo l’8 marzo, nel manoscritto mette prima la frase subordinata avverbiale che marca il tempo, “Prima dell’alba”: “Qabel sebaħ, bombi fuq it-tarzna u madwar ix-xtut” (Manuskritt 480), cioè, “Prima dell’alba, bombe sui cantieri navali e sulle coste.” Nella versione pubblicata, la frase subordinata avverbiale che marca il tempo viene spostata dopo il sostantivo “bombe” per spostare la nostra attenzione sulle bombe invece anziché sul momento della giornata: “Bombi qabel sebaħ, fuq it-tarzna u max-xatt” (Taħt in-Nar 121).

Conclusione

Per Dorianne Bonello, la versione finale del diario, quella che celebriamo oggi nella versione italiana di Isabelle Ellul Mercer Cefai e Carlo Morrone, ha delle caratteristiche più letterarie del manoscritto originale scritto durante il primo anno della guerra. La sua scrittura dà una continuità alla discontinuità che produce la guerra (Bonello xx). La redazione del manoscritto, fatto di fogli separati (“karti sfużi”) toglie alcuni dettagli, ripetizioni e riflessioni, e dà più ritmo al diario pubblicato. Ma soprattutto, con questi sviluppi i lettori e le lettrici probabilmente sentono di star vivendo la guerra con qualcuno che sia meno fragile e più coraggioso.

Un ringraziamento a Irene Chias


 

 

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